Studio accademico, le società quotate investono di più e sostengono il ricorso alle Ipo
Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Business Finance & Accounting, le imprese quotate investono più delle concorrenti non quotate e mostrano una maggiore capacità di cogliere opportunità di crescita, mettendo in discussione l'idea che la Borsa induca una gestione orientata solo al breve termine. Lo studio è firmato da Olga Bogachek e Massimiliano Bonacchi della Libera Università di Bolzano insieme a Paul Zarowin della NYU Stern School of Business. L'analisi sostiene inoltre che le riforme dovrebbero favorire le Ipo, considerate uno strumento utile per ampliare l'accesso delle società al mercato dei capitali.
In evidenza
- Lo studio dimostra che in Europa le società quotate investono di più e intercettano meglio la crescita rispetto alle non quotate grazie a dati contabili più affidabili.
- Ricercatori criticano l'affidabilità dei database statunitensi, come Sageworks, che sovrarappresentano aziende solide tra le non quotate, condizionando le analisi precedenti.
- Le conclusioni supportano la riforma normativa a favore delle Ipo italiane, suggerendo che favorire nuove quotazioni aumenta l'accesso ai capitali senza penalizzare investimenti a lungo termine.
Ricerca accademica e limiti dei dati statunitensi
Il lavoro nasce dal dibattito di lunga data secondo cui la quotazione spinge i manager a concentrarsi sui risultati trimestrali, riducendo l'attenzione agli investimenti di lungo periodo. Gli autori indicano invece che il problema non riguarda la Borsa in sé, ma la qualità dei dati usati in molte analisi precedenti. In particolare, lo studio richiama il database statunitense Sageworks, spesso utilizzato per confrontare società quotate e non quotate.
Secondo i ricercatori, negli Stati Uniti le informazioni sulle aziende non quotate non sono pubbliche per legge e chi conduce analisi deve quindi fare affidamento su raccolte volontarie. Questo, si legge nello studio, tende a sovrarappresentare le imprese più solide e performanti. Di conseguenza, il campione non riflette in modo completo la realtà dell'universo delle società non quotate.
Il vantaggio europeo per l'analisi sulle Ipo
Nel contesto europeo, la rendicontazione finanziaria è obbligatoria per legge anche per le aziende non quotate di medie e grandi dimensioni. Questo consente ai ricercatori di lavorare su un campione ritenuto più rappresentativo dell'intera popolazione di imprese non quotate. Su questa base, lo studio conclude che le società quotate investono di più e intercettano meglio le opportunità di crescita rispetto alle concorrenti private.
Le conclusioni hanno anche una valenza di policy, perché rafforzano l'idea che le riforme possano sostenere il mercato delle Ipo. L'offerta pubblica iniziale viene indicata come il meccanismo con cui una società diffonde i propri titoli presso il pubblico e amplia le opzioni di finanziamento. In questa lettura, un quadro normativo più favorevole alle quotazioni può incidere sulla crescita delle imprese e sul funzionamento del mercato dei capitali.
Implicazioni per il mercato dei capitali italiano
Per il mercato italiano, il messaggio dello studio si inserisce nel confronto su come aumentare il numero di società presenti in Borsa e migliorare l'accesso ai capitali per le imprese. La ricerca contesta uno dei principali freni culturali alle quotazioni, cioè l'idea che l'ingresso sul mercato azionario penalizzi la strategia industriale di lungo periodo. Se questo assunto perde forza, il dibattito sulle riforme può spostarsi su costi, regole e incentivi per favorire nuove ammissioni.
Il tema riguarda in particolare le imprese che valutano la quotazione come leva per finanziare piani di espansione. Un contesto regolatorio più favorevole alle Ipo potrebbe ampliare la platea delle aziende interessate a raccogliere risorse sul mercato. Per investitori e policymaker, lo studio offre quindi un argomento a sostegno di interventi che rendano più accessibile il listino senza alterare la trasparenza richiesta dal mercato.
In un nostro precedente articolo abbiamo riportato le richieste di Confindustria Brescia per interventi strutturali sui costi dell’energia, considerati cruciali per permettere alle imprese di programmare investimenti e produzione. Avevamo inoltre evidenziato la necessità di regole chiare e rapide su Transizione 5.0, maggiore stabilità normativa e più margini di manovra a livello UE per sostenere la competitività dell’industria manifatturiera.
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