La BERD riduce le previsioni di crescita per il SEMED mentre Iraq e Libano pesano sull'economia regionale
Le crescenti interruzioni degli scambi, l'aumento dei costi energetici e la ripresa del conflitto stanno indebolendo le prospettive economiche nel Mediterraneo meridionale e orientale. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo prevede ora una contrazione della regione dello 0,7 per cento nel 2026, seguita da un rimbalzo del 7,1 per cento nel 2027, mentre la resilienza di Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia limita in parte la flessione.
Punti chiave
- La BERD riduce le previsioni di crescita regionale del SEMED per il 2026 a causa della prevista contrazione del 12,0 per cento in Iraq e del calo del 5,0 per cento in Libano, nel contesto di conflitti e interruzioni delle esportazioni.
- L'economia egiziana è destinata a crescere del 4,6 per cento nel 2026 e del 5,0 per cento nel 2027, sostenuta da forti rimesse, introiti turistici e dalla revisione del programma FMI, con riserve internazionali a livelli record.
- Il Marocco dovrebbe crescere del 4,8 per cento nel 2026 prima di moderarsi al 3,9 per cento nel 2027, poiché una solida agricoltura compensa la debolezza dell'industria, mentre la Tunisia affronta pressioni fiscali nonostante una crescita del 2,4 per cento.
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Le previsioni regionali riflettono il conflitto e le interruzioni delle esportazioni
Come riportato dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo nel suo ultimo rapporto Regional Economic Prospects, le previsioni più deboli per il 2026 sono dovute principalmente alla forte contrazione dell'Iraq, dopo le interruzioni delle esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, e alla recessione attesa in Libano nel contesto della ripresa delle ostilità.La crescita nell'intera regione SEMED, escluso l'Iraq, è prevista al 3,9 per cento nel 2026 e al 4,3 per cento nel 2027. La banca afferma che le tensioni regionali continuano a gravare sulle economie attraverso costi energetici più elevati, rotte commerciali interrotte e maggiore incertezza, aggravando le vulnerabilità fiscali ed esterne in diversi mercati.
L'economia irachena dovrebbe contrarsi del 12,0 per cento nel 2026 prima di rimbalzare del 14,0 per cento nel 2027, a condizione che le esportazioni di petrolio si normalizzino. L'economia libanese dovrebbe ridursi del 5,0 per cento entro la fine del 2026 e poi crescere del 4,0 per cento nel 2027, qualora venga raggiunto un cessate il fuoco duraturo e vengano riparate le infrastrutture danneggiate.
Egitto, Marocco e altri Paesi mostrano una relativa resilienza
L'economia egiziana dovrebbe crescere del 4,6 per cento nel 2026 e del 5,0 per cento nel 2027, sostenuta da comunicazioni, commercio e raffinazione del petrolio. Le rimesse e gli introiti turistici aumentano sensibilmente nel primo trimestre del 2026 e l'Egitto completa la settima revisione del suo programma sostenuto dall'FMI nel luglio 2026, mentre le riserve internazionali raggiungono livelli record.La crescita della Giordania dovrebbe rallentare al 2,5 per cento nel 2026 prima di recuperare al 2,8 per cento nel 2027, a condizione che le strozzature commerciali si attenuino e i prezzi dell'energia diminuiscano. Le riserve internazionali restano pari a oltre otto mesi di copertura delle importazioni, contribuendo a preservare la stabilità macroeconomica nonostante la pressione derivante dall'aumento dei prezzi dei carburanti e l'incertezza sui flussi turistici e di investimento.
Il Marocco dovrebbe crescere del 4,8 per cento nel 2026 prima di moderarsi al 3,9 per cento nel 2027, con una produzione agricola più forte che compensa la debolezza dell'industria e delle costruzioni. La Tunisia dovrebbe crescere del 2,4 per cento nel 2026 e del 2,3 per cento nel 2027: il miglioramento della produzione agricola sostiene l'attività, ma l'aumento dei prezzi delle materie prime, una maggiore bolletta energetica per le importazioni e l'incertezza sulla politica commerciale continuano a pesare sulle finanze pubbliche.
Il nostro precedente approfondimento sulle turbolenze dei mercati dovute all'aumento dei prezzi del petrolio e alle persistenti tensioni geopolitiche ha spiegato come i maggiori costi energetici e i rischi di conflitto alimentassero le preoccupazioni sull'inflazione e mantenessero gli investitori prudenti. Abbiamo inoltre evidenziato come gli sforzi diplomatici e i principali segnali macroeconomici, quali l'andamento dei rendimenti obbligazionari e i prossimi dati economici, fossero attentamente monitorati alla ricerca di indicazioni sulla crescita e sulla direzione dei mercati.
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