Mercato tv italiano, Rai, Sky e Mediaset mantengono il 67% mentre le piattaforme rafforzano il quarto polo
Il mercato italiano dei media mostra uno spostamento progressivo delle risorse verso le piattaforme digitali, pur con Rai, Comcast-Sky e Fininvest-Mediaset ancora saldamente ai primi posti nella televisione. La quota combinata di Netflix, Dazn, Timvision, Amazon e Disney+ raggiunge il 23,3% del mercato tv, segnalando un riequilibrio competitivo che si accompagna alla crescita della pubblicità online e al calo strutturale della stampa.
In evidenza
- Rai, Comcast-Sky e Fininvest-Mediaset detengono il 67% del mercato tv italiano, mentre Netflix, Dazn, Timvision, Amazon e Disney+ salgono al 23,3%.
- I ricavi totali del settore televisivo italiano raggiungono 8,9 miliardi di euro, in crescita dello 0,6%, con la pay tv al 43,6% delle risorse.
- La pubblicità online cresce del 12,2% a 7 miliardi di euro, superando i media tradizionali, mentre i ricavi delle imprese editoriali italiane calano del 7,9%.
Relazione Agcom e nuovi equilibri del mercato televisivo
Come riportato da Il Sole 24 Ore, la Relazione annuale dell’Agcom presentata al Parlamento da Giacomo Lasorella descrive un settore televisivo ancora dominato dai principali operatori tradizionali, ma con un perimetro sempre meno stabile. Rai detiene il 26,6% del mercato italiano della tv, Comcast-Sky il 22% e Fininvest-Mediaset il 18,5%, per una quota complessiva del 67%.Nello stesso mercato, Netflix, Dazn, Timvision, Amazon e Disney+ arrivano al 23,3% delle risorse, con un incremento di 11 punti rispetto al 2021. Le offerte a pagamento, online e tradizionali, rappresentano ormai la prima fonte di finanziamento del comparto con il 43,6%, davanti alla pubblicità, scesa al 34,5%, e ai fondi pubblici, inclusi quelli del canone Rai, al 21,9%.
Il settore televisivo raggiunge 8,9 miliardi di euro di ricavi, in aumento dello 0,6%. Pur restando il principale segmento dei media tradizionali con il 74,1% delle risorse, la tv si trova in un contesto in cui la concorrenza si sposta sempre più dal confronto con la stampa a quello con le piattaforme globali.
Pressione su editoria e pubblicità nell’ecosistema digitale
La frattura più netta emerge infatti nel Sistema integrato delle comunicazioni, dove Google è già al secondo posto dietro Rai con l’11,8%, mentre Meta supera l’8%. La pubblicità online vale 7 miliardi di euro e cresce del 12,2%, mentre quella dei mezzi tradizionali resta ferma attorno a 5 miliardi, confermando il trasferimento di valore verso i grandi operatori digitali.La situazione appare più critica per i quotidiani. Nel 2025 la diffusione delle copie cartacee scende a 1,2 milioni al giorno, il 9,3% in meno in un anno, mentre i ricavi delle imprese editoriali calano del 7,9%; quelli dalla vendita dei quotidiani, anche digitali, dell’8,7%; i prodotti collaterali del 23,6% e la pubblicità del 5,7%. Lasorella sottolinea che, senza fondi pubblici ormai vicini al 10% delle risorse del comparto, una parte dell’editoria supera già il limite della sostenibilità.
L’intelligenza artificiale aggiunge un’ulteriore pressione industriale al settore. Secondo Lasorella, la sostituzione della ricerca tradizionale con risposte sintetiche generate dall’AI rischia di impoverire il pluralismo del dibattito pubblico, mentre le piattaforme trattengono traffico e attenzione e gli editori continuano a sostenere i costi della produzione giornalistica perdendo lettori, pubblicità e abbonamenti.
Nel nostro precedente articolo sull’adozione dell’intelligenza artificiale in Italia abbiamo evidenziato che, nonostante un mercato da 1,8 miliardi di euro in forte crescita, l’utilizzo dell’AI nelle imprese resta sotto la media UE, soprattutto tra le Pmi. Approfondivamo inoltre la proposta di un “Dataspace dei Distretti d’Italia” per condividere dati nei principali settori industriali e sviluppare modelli di AI verticali, anche con il supporto del Polo Strategico Nazionale e di futuri co-investimenti pubblico-privati.
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