Secondo l'analisi pubblicata da IlSole24Ore.com, il tentativo di recupero dei mercati a inizio aprile non basta a ridurre le preoccupazioni degli investitori, mentre le tensioni geopolitiche e l'andamento delle materie prime riportano al centro il rischio di stagflazione globale. Il quadro interessa in particolare l'area euro, più esposta agli shock energetici rispetto agli Stati Uniti. In questo contesto, torna sotto osservazione anche il mercato del debito sovrano, con il costo all'emissione dei BTp indicato in risalita al 2,81% nel sommario dell'articolo.
In evidenza
- Il prezzo del petrolio resta vicino ai 100 dollari al barile, segnalando crescenti tensioni da offerta e rischio di stagflazione nell’Eurozona.
- Il rapporto petrolio-rame ha rotto al rialzo nell’ultimo mese, replicando pattern che alla fine del 2021 anticipò la fase stagflattiva del 2022.
- L’Eurozona risulta più vulnerabile degli U.S. a pressioni inflattive legate all’energia e shock sulle forniture, alimentando avversione al rischio su azioni e titoli di Stato europei.
Petrolio, rame e segnali di mercato
Il rischio di stagflazione aumenta e, secondo Antonio Cesarano, Chief investment advisor di Sella Sgr, riguarda soprattutto l'Eurozona. Il petrolio resta nell'orbita dei 100 dollari al barile, mentre la guerra in Iran continua a rappresentare un fattore di instabilità per lo stretto di Hormuz e per la catena globale degli approvvigionamenti. In questo scenario, gli investitori osservano con maggiore attenzione il rapporto tra petrolio e rame come indicatore sintetico delle pressioni inflattive e della tenuta della crescita.
Il petrolio segnala tensioni dal lato dell'offerta e quindi un contesto più vicino alla stagflazione, mentre il rame resta associato alla domanda industriale e agli scenari di reflazione. Nell'ultimo mese il petrolio rompe al rialzo rispetto al rame, replicando una dinamica che, a fine 2021, aveva anticipato la fase stagflattiva del 2022. Le prossime settimane sono quindi rilevanti per capire se il rame riuscirà a recuperare forza relativa oppure se il segnale lanciato dal mercato diventerà più strutturale.
Maggiore esposizione europea a inflazione e forniture
La distinzione tra U.S. ed Eurozona resta centrale nella lettura dello scenario macroeconomico. Cesarano osserva che gli U.S. affrontano soprattutto un problema di costo, ma mantengono una maggiore autonomia sul fronte energetico. L'Europa, al contrario, subisce in misura più marcata il tema delle forniture e quindi risente maggiormente delle spinte inflattive legate all'energia.
Questa differenza rende l'area euro più vulnerabile a una combinazione di crescita debole e prezzi elevati, con possibili effetti su azioni e titoli di Stato. Per gli U.S. pesa maggiormente la componente della stagnazione, mentre nell'Eurozona prevale quella dell'inflazione. Il ritorno di questi timori complica il tentativo di stabilizzazione dei mercati finanziari europei e alimenta una nuova fase di cautela tra gli investitori.
In un nostro precedente articolo abbiamo analizzato l’impennata dei prezzi di benzina e diesel durante le festività pasquali, stimando per gli automobilisti italiani un extra esborso vicino a 1,3 miliardi di euro rispetto alla Pasqua 2025. Avevamo collegato i rincari alle tensioni nell’area del Golfo e al riordino delle accise, evidenziando l’impatto più pesante sul diesel e sui viaggi di lungo raggio. Questo contesto aiuta a leggere l’attuale attenzione del mercato per il petrolio e per i segnali di inflazione legati al lato dell’offerta.
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