Mercati, i dazi U.S. restano già incorporati nei prezzi secondo Fisher Investments

Mercati, i dazi U.S. restano già incorporati nei prezzi secondo Fisher Investments
Dazi già nei prezzi

Secondo l'analisi firmata da Ken Fisher pubblicata da Il Sole 24 Ore, la recente decisione della Corte Suprema U.S. sui dazi e le successive reazioni del presidente Donald Trump non dovrebbero modificare in modo rilevante l'andamento azionario, perché il mercato ha già assorbito da tempo questo rischio politico. Il commento colloca i dazi tra i temi più osservati del 2026, ma sostiene che il loro impatto marginale si riduce quando l'effetto sorpresa viene meno.

In evidenza

  • I dazi U.S., inclusi quelli al 20% sull'Ue annunciati ad aprile, risultano già incorporati nei prezzi azionari e non sorprendono più il mercato nel 2026.
  • Le esportazioni dall'Eurozona crescono del 2,4% nel 2025, mentre quelle italiane verso gli Stati Uniti superano il 7%, segnalando resilienza commerciale nonostante le tariffe.
  • L'aumento del 30% delle importazioni U.S. dall'Asean a gennaio e la riorganizzazione delle catene logistiche riducono l'efficacia diretta dei dazi sulle quotazioni.

Commercio globale e tariffe nel quadro 2026

L'argomentazione centrale è che i dazi restano un fattore negativo, soprattutto per il Paese che li impone, e che questa dinamica si riflette anche nel ritardo mostrato dai titoli azionari statunitensi nel 2025. Quando nell'aprile scorso vengono annunciati i dazi cosiddetti reciproci, incluso il 20% nei confronti dell'Ue, i mercati reagiscono rapidamente scontando scenari molto severi. In seguito, però, il quadro effettivo si mostra meno pesante delle attese iniziali.

I dati richiamati nell'analisi indicano che il commercio mondiale cresce del 3,4% nel 2025. Le esportazioni dell'Eurozona verso l'esterno dell'area salgono del 2,4%, mentre quelle italiane complessive aumentano del 3,3%. Le vendite italiane verso gli Stati Uniti superano il 7%, segnalando una tenuta dei flussi commerciali nonostante il contesto tariffario.

Adattamento delle imprese e impatto sulla catena del valore

Il testo evidenzia che molte aziende reagiscono ai dazi trovando rotte e assetti alternativi, incluso il trasbordo delle merci verso la destinazione finale. Le esportazioni cinesi verso il Sud-est asiatico risultano in forte crescita, mentre le importazioni U.S. dai Paesi dell'Asean aumentano del 30% su base annua a gennaio. Questo schema viene presentato come un segnale di riorganizzazione delle catene logistiche più che di un blocco del commercio.

L'analisi sottolinea anche la difficoltà pratica di attribuire un'origine unica ai prodotti in un sistema produttivo frammentato su più Paesi. Un bene può infatti essere progettato in Italia, assemblato in Vietnam, usare macchinari statunitensi e componenti provenienti da diversi mercati. In questo contesto, la complessità delle regole di origine, insieme a trasbordo ed elusione illegale, limita l'efficacia economica dei dazi e attenua il loro impatto diretto sui listini.

Effetti attesi per investitori e industria europea

Per gli investitori, la tesi proposta è che un tema molto discusso e già valutato dal mercato abbia meno capacità di provocare nuovi scossoni in Borsa. Il ragionamento vale in particolare per il 2026, anno in cui la questione tariffaria rimane centrale ma non più inattesa. Ne deriva una lettura in cui il rischio principale non è il dazio in sé, ma l'eventuale comparsa di sviluppi imprevedibili che il mercato non ha ancora prezzato.

Per l'industria europea e italiana, il quadro descritto suggerisce una capacità di adattamento commerciale superiore alle attese più negative. La crescita delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti indica che la domanda resta presente anche in un contesto di maggiore attrito commerciale. Questo sostiene l'idea che gli effetti macroeconomici e societari delle tariffe, pur sfavorevoli, non si traducano automaticamente in un deterioramento lineare delle prospettive di mercato.

In un nostro precedente articolo abbiamo riportato che l’Italia resta il primo esportatore di ceramica negli Stati Uniti per valore, con vendite pari a 769 milioni di dollari e una crescita dell’8,7% nel 2025, nonostante l’incertezza sui dazi. Abbiamo evidenziato come la variabilità delle misure tariffarie abbia complicato la pianificazione, ma anche come gli acquisti anticipati e il posizionamento premium abbiano aiutato le aziende a difendere margini e presenza commerciale sul mercato americano.

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