Eurispes: riciclaggio ed evasione si spostano su algoritmi e piattaforme digitali
Le tecniche di riciclaggio stanno seguendo l’evoluzione della finanza digitale, dai circuiti di pagamento alle cripto-attività, rendendo sempre più centrale la capacità di tracciare il “codice” che muove i flussi. Secondo Il Sole 24 Ore, a mettere in fila i legami tra riciclaggio ed evasione fiscale è lo studio “Il complesso rapporto tra riciclaggio ed evasione fiscale”, realizzato nell’ambito dei lavori del Laboratorio sulle Politiche fiscali, in cui Eurispes descrive una connessione strutturale tra i due fenomeni e la necessità di contrasto su scala internazionale.
In evidenza
- Dal 2001 al 2020 oltre 100.000 imprese italiane, oltre il 2% del totale, risultano infiltrate da capitali illeciti legati al riciclaggio.
- Nel primo semestre 2025 le segnalazioni di operazioni sospette salgono del 15,6% a 80.930, con attenzione crescente a piattaforme digitali e cripto-attività.
- Il riciclaggio rappresenta tra l’1,5 e il 2% del Pil e interessa tra il 62% e il 70% dei valori delle transazioni sospette, spesso connesse a evasione fiscale.
Riciclaggio high-tech e imprese usate come schermo
Il testo richiama l’evoluzione del tradizionale “follow the money” verso un approccio centrato su algoritmi e strumenti tecnologici, in linea con l’intuizione investigativa attribuita a Giovanni Falcone. Oggi, secondo l’analisi, il denaro non transita soltanto tra conti correnti o oltreconfine, ma si muove dentro piattaforme digitali, circuiti di pagamento, cripto-attività e operazioni ad alta frequenza. In questo scenario, le organizzazioni criminali restano gli attori principali, perché il riciclaggio consente di integrare nell’economia legale i proventi illeciti, occultandone l’origine e facilitando il reinpiiego. Lo studio evidenzia anche che il contrasto non può limitarsi al territorio nazionale, dato il carattere internazionale dei flussi.Le imprese legali, prosegue il testo, possono diventare veicoli essenziali del “lavaggio” attraverso strutture come “cartiere” o “imprese zombie”. Queste realtà vengono descritte come prive di una reale struttura produttiva, con immobilizzazioni minime, costi del personale irrisori e fatturati gonfiati, fino a fallimenti improvvisi prima dell’intervento delle autorità fiscali. L’infiltrazione comporta anche un cambiamento nelle fonti di finanziamento, con una sostituzione progressiva del credito bancario con risorse interne di matrice criminale, così da ridurre il rischio di segnalazioni di operazioni sospette. In questa cornice, il riciclaggio viene presentato non solo come occultamento del profitto, ma come immissione di capitale opaco nell’economia reale.
Tra il 2001 e il 2020, secondo i dati riportati, oltre 100.000 imprese italiane, più del 2% del totale, risultano infiltrate. Il testo sottolinea che non si tratta esclusivamente di aziende direttamente riconducibili alle mafie, perché il capitale illecito può integrarsi nel mercato in modo più ampio. L’effetto economico si manifesta in distorsioni competitive, come prezzi fuori mercato e perdite artificiali. Vengono citate anche conseguenze sulle gare pubbliche, con alterazioni dei meccanismi concorrenziali quando risorse opache entrano nel sistema produttivo.
Numeri, segnalazioni e legame con l’evasione fiscale
Il riciclaggio, sempre secondo l’impostazione del testo, rappresenta una quota stimata tra l’1,5 e il 2% del Pil. I volumi ricondotti a dinamiche di laundering vengono indicati tra il 62% e il 70% del valore totale delle transazioni segnalate come sospette. L’Unità di Informazione Finanziaria viene descritta con un organico di circa 150-160 addetti e un flusso di quasi 150.000 segnalazioni l’anno. Nel primo semestre del 2025 le segnalazioni di operazioni sospette (SOS) risultano pari a 80.930, in aumento del 15,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.Il testo segnala inoltre una crescita delle segnalazioni in comparti innovativi, come operatori del gioco, servizi di pagamento e piattaforme collegate alle cripto-attività. Una quota significativa delle SOS, viene evidenziato, riguarda fattispecie fiscali. In questa lettura, l’evasione fiscale è uno dei principali bacini di alimentazione del riciclaggio. La convergenza tra finanza digitale e opacità dei flussi aumenta quindi la rilevanza dei presidi antiriciclaggio nei settori più tecnologici.
Viene descritto anche un meccanismo operativo che collega i due fenomeni: il risparmio d’imposta illecito genera liquidità e, quando questa liquidità viene reinvestita in modo da ostacolarne l’identificazione, si entra nel perimetro del riciclaggio o dell’autoriciclaggio. Esempi citati sono frodi IVA, false fatturazioni e omessi versamenti, che producono flussi capaci di rientrare nell’economia legale. Da qui, conclude l’impostazione dello studio richiamato, nasce una “saldatura strutturale” tra evasione fiscale e riciclaggio che richiede risposte coordinate e strumenti investigativi aggiornati all’economia dei dati e dei pagamenti digitali.
In un nostro precedente articolo abbiamo analizzato i risultati di Morgan Stanley e la strategia di crescita legata anche all’espansione dei servizi su criptovalute. Il focus era sull’integrazione degli asset digitali nella piattaforma di gestione patrimoniale e sul previsto lancio del trading cripto su E*Trade, oltre al contesto di ripresa dell’investment banking. Nel quadro odierno, l’attenzione si sposta dal potenziale di business alla necessità di presidiare i rischi connessi ai flussi digitali.
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